La procura di Torino aveva archiviato l'indagine sull'imam Shahin che Piantedosi vuole espellere, ma la verità è più complessa. La denuncia dei pm era stata presto archiviata perché non c'erano prove di alcun reato. L'annotazione delle frasi pronunciate da Mohamed Shahin durante una manifestazione pro-Palestina il 9 ottobre aveva sembrato essere un indizio per ipotizzare una violazione del codice penale, ma la procura non aveva trovato nulla di rilevante. La procedura era stata avviata con un fascicolo "modello 45" per "fatti non costituenti notizie di reato", poi archiviato.
L'imam Shahin, egiziano di 46 anni, da oltre venti anni in Italia, si trova ancora rinchiuso nel Centro di permanenza per il rimpatrio a Caltanissetta. Il suo caso è stato seguito dal ministero Piantedosi, che ha chiesto all'autorità giudiziaria se ci fossero ragioni contrarie all'espulsione. La risposta, un nulla osta, non è stata solo una risposta formale, ma una conferma della mancanza di prove per sostenere l'espulsione.
Shahin ha sempre affermato di non essere un sostenitore di Hamas e di non incitare alla violenza. Ha anche spiegato che il rimpatrio in Egitto sarebbe mettuto a rischio la sua incolumità per via delle sue posizioni contrarie al regime di Abdel Fattah Al-Sisi. Due contatti, con Gabriele Ibrahim Delnevo e Elmadhi Halili, hanno sembrato essere gli elementi che hanno portato il ministero a ritenerlo pericoloso per lo Stato italiano.
Ma l'esito dell'indagine non è conclusivo. L'avvocati di Shahin sono già al lavoro per ricorrere contro tutte le decisioni prese finora dall'autorità contro di lui. Il caso rimane aperto e la procura di Torino aveva avviato un indagine che sembra aver trovato solo pochi indizi, ma non ha trovato nulla di rilevante.
In sintesi, l'indagine sull'imam Shahin è stata archiviata per mancanza di prove, ma il caso rimane aperto e la questione della sua espulsione continua a essere discutibile.
L'imam Shahin, egiziano di 46 anni, da oltre venti anni in Italia, si trova ancora rinchiuso nel Centro di permanenza per il rimpatrio a Caltanissetta. Il suo caso è stato seguito dal ministero Piantedosi, che ha chiesto all'autorità giudiziaria se ci fossero ragioni contrarie all'espulsione. La risposta, un nulla osta, non è stata solo una risposta formale, ma una conferma della mancanza di prove per sostenere l'espulsione.
Shahin ha sempre affermato di non essere un sostenitore di Hamas e di non incitare alla violenza. Ha anche spiegato che il rimpatrio in Egitto sarebbe mettuto a rischio la sua incolumità per via delle sue posizioni contrarie al regime di Abdel Fattah Al-Sisi. Due contatti, con Gabriele Ibrahim Delnevo e Elmadhi Halili, hanno sembrato essere gli elementi che hanno portato il ministero a ritenerlo pericoloso per lo Stato italiano.
Ma l'esito dell'indagine non è conclusivo. L'avvocati di Shahin sono già al lavoro per ricorrere contro tutte le decisioni prese finora dall'autorità contro di lui. Il caso rimane aperto e la procura di Torino aveva avviato un indagine che sembra aver trovato solo pochi indizi, ma non ha trovato nulla di rilevante.
In sintesi, l'indagine sull'imam Shahin è stata archiviata per mancanza di prove, ma il caso rimane aperto e la questione della sua espulsione continua a essere discutibile.