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Il Carnevale sta per arrivare, portando con sé il richiamo a una "grande recita" in cui tutti ci trovano a recitare delle parti. Ma cosa significa questa recita? E chi sono gli attori di questa performance?
Ogni persona che salga sul palcoscenico della politica, dell'economia o della società deve adottare un linguaggio, una postura e un modo di essere che non corrispondono alla sua vera identità. Siamo costretti a recitare una parte assegnata, a utilizzare un lessico precotto e falso, a dire ciò che conviene per mantenere il ruolo e accedere ai benefici. Non esprimiamo più ciò che crediamo, ma ci atteniamo a un canone di convenienza.
Il Carnevale è il momento adatto per denunciare questo teatrino permanente di maschere. Partecipiamo o assistiamo a una performance in cui la realtà non conta affatto? La verità storica e le passioni sono ridotte a tattiche e risultati, necessità di compiacere anche a costo di nascondere e perseguire finalità pratiche.
E chi sono gli attori di questa recita? Sono i leader politici e i loro peones, gli opinion makers e i comunicatori. Inclusi prelati e magistrati. Ogni persona che parla oltre l'ambito privato deve assumere una postura e un linguaggio che non corrispondono alla sua vera identità.
Un tempo c'era una professione addetta esplicitamente a questa mansione: l'avvocato. Ma ora quella professione si è estesa pressoché universalmente, risponde solo alla parcella e non ai veri convincimenti. Il codice woke, il politically correct sono la riedizione aggiornata di questi pensieri fittizi e prefabbricati.
Ai tempi di Marx e di Nietzsche, i portatori di ipocrisia e di bigottismo erano chiamati filistei. Ma oggi chiunque si affacci sul palcoscenico del potere e delle relazioni pubbliche è richiesto a recitare una parte assegnata. Non c'è dichiarazione politica che abbia qualche attinenza con l'identità, la verità storica e l'autenticità.
L'effetto più grave di questa recitazione è la diffidenza diffusa e la sfiducia generale. E la sua diretta conseguenza è l'astensione dal voto, la disaffezione verso le istituzioni, il crollo di credibilità delle classi dirigenti.
Il pubblico dovrebbe dimostrare ancora più apertamente segni di insofferenza per questa recitazione continua. Non siamo scemi e non siamo bambini. Risparmiateci almeno l'ipocrisia o diserteremo sempre di più i vostri teatrini.
Ogni persona che salga sul palcoscenico della politica, dell'economia o della società deve adottare un linguaggio, una postura e un modo di essere che non corrispondono alla sua vera identità. Siamo costretti a recitare una parte assegnata, a utilizzare un lessico precotto e falso, a dire ciò che conviene per mantenere il ruolo e accedere ai benefici. Non esprimiamo più ciò che crediamo, ma ci atteniamo a un canone di convenienza.
Il Carnevale è il momento adatto per denunciare questo teatrino permanente di maschere. Partecipiamo o assistiamo a una performance in cui la realtà non conta affatto? La verità storica e le passioni sono ridotte a tattiche e risultati, necessità di compiacere anche a costo di nascondere e perseguire finalità pratiche.
E chi sono gli attori di questa recita? Sono i leader politici e i loro peones, gli opinion makers e i comunicatori. Inclusi prelati e magistrati. Ogni persona che parla oltre l'ambito privato deve assumere una postura e un linguaggio che non corrispondono alla sua vera identità.
Un tempo c'era una professione addetta esplicitamente a questa mansione: l'avvocato. Ma ora quella professione si è estesa pressoché universalmente, risponde solo alla parcella e non ai veri convincimenti. Il codice woke, il politically correct sono la riedizione aggiornata di questi pensieri fittizi e prefabbricati.
Ai tempi di Marx e di Nietzsche, i portatori di ipocrisia e di bigottismo erano chiamati filistei. Ma oggi chiunque si affacci sul palcoscenico del potere e delle relazioni pubbliche è richiesto a recitare una parte assegnata. Non c'è dichiarazione politica che abbia qualche attinenza con l'identità, la verità storica e l'autenticità.
L'effetto più grave di questa recitazione è la diffidenza diffusa e la sfiducia generale. E la sua diretta conseguenza è l'astensione dal voto, la disaffezione verso le istituzioni, il crollo di credibilità delle classi dirigenti.
Il pubblico dovrebbe dimostrare ancora più apertamente segni di insofferenza per questa recitazione continua. Non siamo scemi e non siamo bambini. Risparmiateci almeno l'ipocrisia o diserteremo sempre di più i vostri teatrini.