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"Chiara Ferragni, sempre più vicina a una conclusione senza verità". La sentenza "Pandorogate", che ha scatenato un gran dibattito tra gli studiosi e i cittadini italiani, è stata utilizzata per discutere se la famosa influencer italiana sia stata assolta o prosciolta.
In realtà, il problema non è questo. La Ferragni non è stata condannata in tribunale, ma è stata semplicemente riconosciuta colpevole dell'indagine per truffa. Il caso si è sviluppato grazie a un'allerta dei consumatori che hanno denunciato la truffa, mentre in realtà non era necessaria l'intervento della magistratura.
"La storia della giustizia", come diceva il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La verità è che i processi civili e penali in Italia si sono trasformati in un gigantesco carosello di querelle e denunce, dove i consumatori diventano gli "azione obbligatoria" per il sistema della giustizia. Questo è il frutto della riforma del processo ideata dall'ex ministra Marta Cartabia durante il governo Draghi.
La truffa, in questo contesto, si trova nel gruppo di reati che il pubblico ministero non può decidere autonomamente se indagare a meno che non arrivi una querela. Il senso è chiaro: se il truffato non vuole denunciare, lo stato non deve perdere soldi e tempo.
Ecco il problema: Chiara Ferragni non era "aggravata". La sentenza del tribunale, pronunciata senza verità perché la Codacons ha ritirato la sua querela dopo aver raggiunto un accordo transattivo con l'influencer. Tuttavia, la macchina della giustizia si è avviata e il processo è finito con una sentenza che non ha alcun senso.
"Tempo perso per tutti?" Ecco la domanda giusta. Il sistema della giustizia in Italia è stato privatizzato, nella misura in cui i consumatori diventano gli "azione obbligatoria". Ma chi deve pagare il costo di questa decisione? Non è corretto che a pagare sia solo la collettività.
In realtà, il problema non è questo. La Ferragni non è stata condannata in tribunale, ma è stata semplicemente riconosciuta colpevole dell'indagine per truffa. Il caso si è sviluppato grazie a un'allerta dei consumatori che hanno denunciato la truffa, mentre in realtà non era necessaria l'intervento della magistratura.
"La storia della giustizia", come diceva il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. La verità è che i processi civili e penali in Italia si sono trasformati in un gigantesco carosello di querelle e denunce, dove i consumatori diventano gli "azione obbligatoria" per il sistema della giustizia. Questo è il frutto della riforma del processo ideata dall'ex ministra Marta Cartabia durante il governo Draghi.
La truffa, in questo contesto, si trova nel gruppo di reati che il pubblico ministero non può decidere autonomamente se indagare a meno che non arrivi una querela. Il senso è chiaro: se il truffato non vuole denunciare, lo stato non deve perdere soldi e tempo.
Ecco il problema: Chiara Ferragni non era "aggravata". La sentenza del tribunale, pronunciata senza verità perché la Codacons ha ritirato la sua querela dopo aver raggiunto un accordo transattivo con l'influencer. Tuttavia, la macchina della giustizia si è avviata e il processo è finito con una sentenza che non ha alcun senso.
"Tempo perso per tutti?" Ecco la domanda giusta. Il sistema della giustizia in Italia è stato privatizzato, nella misura in cui i consumatori diventano gli "azione obbligatoria". Ma chi deve pagare il costo di questa decisione? Non è corretto che a pagare sia solo la collettività.