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Lo Stretto di Hormuz, l'arteria vitale dell'economia energetica globale, è sempre più esposta ai rischi strutturali. La minaccia iraniana, percepita dagli attori che dipendono dalla sua sicurezza, e gestita da chi si occupa di sicurezza internazionale, sta cambiando il modo in cui la sua centralità appare così carica di rischi.
I flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz sono enormi: circa 18-21 milioni di barili di petrolio ogni giorno, pari al 20-25% del consumo mondiale. La maggior parte di questi flussi è diretta verso l'Asia, dove Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in misura critica dalla sicurezza di questo passaggio.
Il Qatar, tra i maggiori esportatori mondiali di LNG, utilizza quasi esclusivamente Hormuz per raggiungere i mercati internazionali. L'alternativa terrestre è limitata e non può compensare un'interruzione prolungata del traffico marittimo.
Tuttavia, l'Iran sta rafforzando le sue capacità militari lungo la costa meridionale del Paese, in particolare nella provincia di Hormozgan e nell'area di Bandar Abbas. Questa minaccia non è più una mossa dimostrativa, ma un sistema militare integrato che comprende missili antinave con gittata fino a 2.000 km, balistici con maggiore gittata e precisione, sistemi di difesa aerea costiera, droni impiegabili in modo coordinato e forze navali leggere.
Il punto centrale è che la capacità di rendere credibile e costante la minaccia di instabilità è più importante della possibilità di "chiudere" lo Stretto. La guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta ha visto attacchi, mine navali e sabotaggi che colpirono il traffico mercantile. Oggi, però, la differenza è qualitativa: non è necessario un attacco diretto o una chiusura formale, ma solo la percezione di una minaccia credibile.
La precisione dei nuovi missili e l'uso di "loitering munitions" rendono obsoleto il concetto di "linea del fronte". Ogni nave commerciale è un potenziale bersaglio statico in un raggio di centinaia di chilometri. L'Iran ha anche investito pesantemente nel GPS spoofing, che induce le navi mercantili a entrare in acque iraniane "per errore", facilitandone il sequestro legale.
Il pericolo principale non è una guerra dichiarata, ma un'escalation accidentale. In uno spazio marittimo estremamente ristretto, ogni evento può innescare una reazione a catena difficilmente controllabile. La rapidità delle tecnologie militari moderne riduce i tempi di decisione e aumenta il rischio di errore.
Il confronto con il passato mostra una differenza sostanziale: la minaccia non è più episodica, ma strutturale. La stabilità non è più garantita dall'assenza di tensioni, bensì da un equilibrio fragile in cui basta poco per spostare l'ago della bilancia.
I flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz sono enormi: circa 18-21 milioni di barili di petrolio ogni giorno, pari al 20-25% del consumo mondiale. La maggior parte di questi flussi è diretta verso l'Asia, dove Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in misura critica dalla sicurezza di questo passaggio.
Il Qatar, tra i maggiori esportatori mondiali di LNG, utilizza quasi esclusivamente Hormuz per raggiungere i mercati internazionali. L'alternativa terrestre è limitata e non può compensare un'interruzione prolungata del traffico marittimo.
Tuttavia, l'Iran sta rafforzando le sue capacità militari lungo la costa meridionale del Paese, in particolare nella provincia di Hormozgan e nell'area di Bandar Abbas. Questa minaccia non è più una mossa dimostrativa, ma un sistema militare integrato che comprende missili antinave con gittata fino a 2.000 km, balistici con maggiore gittata e precisione, sistemi di difesa aerea costiera, droni impiegabili in modo coordinato e forze navali leggere.
Il punto centrale è che la capacità di rendere credibile e costante la minaccia di instabilità è più importante della possibilità di "chiudere" lo Stretto. La guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta ha visto attacchi, mine navali e sabotaggi che colpirono il traffico mercantile. Oggi, però, la differenza è qualitativa: non è necessario un attacco diretto o una chiusura formale, ma solo la percezione di una minaccia credibile.
La precisione dei nuovi missili e l'uso di "loitering munitions" rendono obsoleto il concetto di "linea del fronte". Ogni nave commerciale è un potenziale bersaglio statico in un raggio di centinaia di chilometri. L'Iran ha anche investito pesantemente nel GPS spoofing, che induce le navi mercantili a entrare in acque iraniane "per errore", facilitandone il sequestro legale.
Il pericolo principale non è una guerra dichiarata, ma un'escalation accidentale. In uno spazio marittimo estremamente ristretto, ogni evento può innescare una reazione a catena difficilmente controllabile. La rapidità delle tecnologie militari moderne riduce i tempi di decisione e aumenta il rischio di errore.
Il confronto con il passato mostra una differenza sostanziale: la minaccia non è più episodica, ma strutturale. La stabilità non è più garantita dall'assenza di tensioni, bensì da un equilibrio fragile in cui basta poco per spostare l'ago della bilancia.