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"Università italiana in crisi: il disinvestimento economico e umano è una sfida per la gioventù"
L'Italia è l'unica economia dell'Unione Europea dove le risorse pubbliche destinate all'istruzione sono meno del 4% del PIL. Questo divario si riflette soprattutto nella spesa pubblica per studente, che è significativamente inferiore a quella destinata alla scuola superiore. Il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, ha avviato un'analisi approfondita sulle condizioni dell'università italiana, sottolineando il disinvestimento economico e umano che sta portando i giovani a lasciare l'Italia.
"Metà del divario di spesa rispetto al resto della UE riflette il minore investimento nell'istruzione universitaria", spiega Panetta. "L'adesione ad un adeguamento significa rafforzare la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all'attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale".
Ma la situazione è molto più complessa. L'Italia è l'unica economia europea con un sistema universitario pullulante di precari, aumentati anche a causa dell'utilizzo di contratti legati ai progetti del Pnrr. La stabilizzazione è una chimera, e il finanziamento previsto nella legge di bilancio potrebbe non permettere agli atenei neanche di stabilizzare i soli 1.600 ricercatori "coperti" sui 4.500 individuati dal Governo stesso.
I giovani laureati italiani preferiscono andare all'estero, dove guadagnano in media l'80% in più dei coetanei italiani. La fuga è a discapito della crescita del Paese e contribuisce al livello dell'Istruzione. "Formare i giovani è un investimento ad alto rendimento per la società", spiega Panetta. "Un'ampia letteratura teorica indica che livelli più elevati di capitale umano accrescono il potenziale di sviluppo di un'economia".
Ma cosa succede quando un'economia non dispone di professionalità adeguate? Il progresso tecnologico tende ad ampliare le disuguaglianze. I lavoratori con competenze più elevate ne traggono beneficio, mentre quelli con livelli di istruzione più bassi rischiano di rimanere indietro.
Il sindacato FLC Cgil ha diffuso un documento che descrive la situazione dell'università italiana come una realtà diametralmente opposta a quella narrata dall'amministrazione. "A quindici anni dalla riforma Gelmini, l'università pubblica italiana non si trova semplicemente in una fase di stagnazione, ma sta vivendo una mutazione genetica indotta da scelte politiche precise", legge il documento.
I fondi tagliati sono un altro problema. Nel 2024, il Fondo di Finanziamento Ordinario ha subito un taglio effettivo di oltre 500 milioni di euro, mettendo sostanzialmente a carico degli atenei la quota più significativa del Piano straordinario Messa.
"Per la prima volta da anni le risorse diminuiscono proprio mentre i costi fissi esplodono", legge il documento. "L'inflazione cumulata tra 2022 e 2024 è di oltre il 18%".
L'Italia è l'unica economia dell'Unione Europea dove le risorse pubbliche destinate all'istruzione sono meno del 4% del PIL. Questo divario si riflette soprattutto nella spesa pubblica per studente, che è significativamente inferiore a quella destinata alla scuola superiore. Il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, ha avviato un'analisi approfondita sulle condizioni dell'università italiana, sottolineando il disinvestimento economico e umano che sta portando i giovani a lasciare l'Italia.
"Metà del divario di spesa rispetto al resto della UE riflette il minore investimento nell'istruzione universitaria", spiega Panetta. "L'adesione ad un adeguamento significa rafforzare la qualità del sistema, valorizzando le elevate competenze già presenti negli atenei, potenziando il trasferimento tecnologico e creando condizioni più favorevoli allo sviluppo di imprese innovative e all'attrazione di ricercatori e docenti di profilo internazionale".
Ma la situazione è molto più complessa. L'Italia è l'unica economia europea con un sistema universitario pullulante di precari, aumentati anche a causa dell'utilizzo di contratti legati ai progetti del Pnrr. La stabilizzazione è una chimera, e il finanziamento previsto nella legge di bilancio potrebbe non permettere agli atenei neanche di stabilizzare i soli 1.600 ricercatori "coperti" sui 4.500 individuati dal Governo stesso.
I giovani laureati italiani preferiscono andare all'estero, dove guadagnano in media l'80% in più dei coetanei italiani. La fuga è a discapito della crescita del Paese e contribuisce al livello dell'Istruzione. "Formare i giovani è un investimento ad alto rendimento per la società", spiega Panetta. "Un'ampia letteratura teorica indica che livelli più elevati di capitale umano accrescono il potenziale di sviluppo di un'economia".
Ma cosa succede quando un'economia non dispone di professionalità adeguate? Il progresso tecnologico tende ad ampliare le disuguaglianze. I lavoratori con competenze più elevate ne traggono beneficio, mentre quelli con livelli di istruzione più bassi rischiano di rimanere indietro.
Il sindacato FLC Cgil ha diffuso un documento che descrive la situazione dell'università italiana come una realtà diametralmente opposta a quella narrata dall'amministrazione. "A quindici anni dalla riforma Gelmini, l'università pubblica italiana non si trova semplicemente in una fase di stagnazione, ma sta vivendo una mutazione genetica indotta da scelte politiche precise", legge il documento.
I fondi tagliati sono un altro problema. Nel 2024, il Fondo di Finanziamento Ordinario ha subito un taglio effettivo di oltre 500 milioni di euro, mettendo sostanzialmente a carico degli atenei la quota più significativa del Piano straordinario Messa.
"Per la prima volta da anni le risorse diminuiscono proprio mentre i costi fissi esplodono", legge il documento. "L'inflazione cumulata tra 2022 e 2024 è di oltre il 18%".