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Enrico Bafico, un'arte che sognava la realtà. L'artista filosofo del "surrealismo della realtà" è morto, lasciando dietro di sé una scia di opere profonde e ironiche. Un uomo di due anime: l'artista e il filosofo. La sua produzione era un dialogo incessante tra la metafisica e il sogno, l'ironia e l'inquietudine.
Nato a Borgo San Dalmazzo nel 1943, Enrico Bafico proveniva da una famiglia genovese originaria di Santa Margherita Ligure. La sua formazione artistica era legata all'Accademia Ligustica di Genova, mentre la sua passione per la filosofia lo portava a approfondire gli studi fino alla laurea con una tesi in Estetica.
L'artista sperimentò diverse forme espressive, dal futurismo ai lavori concettuali. Ma fu nella pittura che trovò il suo linguaggio preferito, esplorando lo spazio metafisico con coerenza e profondità. Il suo immaginario era popolato da figure strane e ironiche, come cachi monumentali e signori al biliardo con guanti gialli.
L'ironia era una costante della sua pittura, ma era un'ironia amara, consapevole. Ogni oggetto sembrava poter svanire da un momento all'altro, come il fumo dell'ultima sigaretta. Ma dietro questa ironia c'era anche una profonda cura per i dettagli, un legame con l'infanzia che non si era mai spezzato.
Enrico Bafico era un osservatore lucido e poetico del reale, capace di trasformare l'attesa, il silenzio e l'ironia in immagini destinate a restare. La sua arte era un ritorno all'infanzia, ma non una nostalgia. Era come se avesse scoperto di nuovo il mondo intorno a sé, con gli occhi freschi dell'innocenza.
Ecco perché la sua opera, come quella di Mauro Giovanelli e l'amicizia vissuta dall'infanzia, era emblematica del suo percorso. Un dipinto che raccontava il carattere di Bafico: un artista che sognava la realtà, ma non una realtà da immedesimare, bensì una realtà da osservare e capire.
Ecco perché Enrico Bafico moriva, lasciando dietro di sé una scia di opere profonde e ironiche. Un uomo che sognava la realtà, ma non aveva perso mai il suo lucore poetico. La sua arte sarebbe rimasta come un'attesa, un silenzio, un'ironia.
Nato a Borgo San Dalmazzo nel 1943, Enrico Bafico proveniva da una famiglia genovese originaria di Santa Margherita Ligure. La sua formazione artistica era legata all'Accademia Ligustica di Genova, mentre la sua passione per la filosofia lo portava a approfondire gli studi fino alla laurea con una tesi in Estetica.
L'artista sperimentò diverse forme espressive, dal futurismo ai lavori concettuali. Ma fu nella pittura che trovò il suo linguaggio preferito, esplorando lo spazio metafisico con coerenza e profondità. Il suo immaginario era popolato da figure strane e ironiche, come cachi monumentali e signori al biliardo con guanti gialli.
L'ironia era una costante della sua pittura, ma era un'ironia amara, consapevole. Ogni oggetto sembrava poter svanire da un momento all'altro, come il fumo dell'ultima sigaretta. Ma dietro questa ironia c'era anche una profonda cura per i dettagli, un legame con l'infanzia che non si era mai spezzato.
Enrico Bafico era un osservatore lucido e poetico del reale, capace di trasformare l'attesa, il silenzio e l'ironia in immagini destinate a restare. La sua arte era un ritorno all'infanzia, ma non una nostalgia. Era come se avesse scoperto di nuovo il mondo intorno a sé, con gli occhi freschi dell'innocenza.
Ecco perché la sua opera, come quella di Mauro Giovanelli e l'amicizia vissuta dall'infanzia, era emblematica del suo percorso. Un dipinto che raccontava il carattere di Bafico: un artista che sognava la realtà, ma non una realtà da immedesimare, bensì una realtà da osservare e capire.
Ecco perché Enrico Bafico moriva, lasciando dietro di sé una scia di opere profonde e ironiche. Un uomo che sognava la realtà, ma non aveva perso mai il suo lucore poetico. La sua arte sarebbe rimasta come un'attesa, un silenzio, un'ironia.