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La tensione nel Medio Oriente sembra aver fatto una pausa, almeno per il momento. Secondo quanto annunciatore la Casa Bianca, Teheran ha fermato 800 esecuzioni, confermando le dichiarazioni precedenti del regime. La sospensione dell'attacco è stata ricevuta con un certo sollievo anche da parte degli alleati sunniti, come Arabia Saudita e Turchia, che preferiscono un regime debole a Teheran piuttosto che un vuoto di potere destabilizzante per la regione.
Ma la pressione americana sugli ayatollah resta comunque alta. La nuova serie di sanzioni ha colpito l'alta cerchia, a partire dal capo del consiglio di sicurezza Ali Larijani, accusato di aver "coordinato la repressione" delle proteste. Anche se Trump si è mostrato cauto, preferendo optare per un approccio economico di ritorsione piuttosto che l'intervento armato.
La situazione nel Paese è ancora molto tesa, con migliaia di morti in due settimane di manifestazioni contro il regime. Teheran ha promesso "processi rapidi e pubblici" per i "rivoltosi", ma secondo gruppi di attivisti la sospensione della forca per Erfan Soltani, il primo manifestante a rischiare la morte in questa ondata di proteste, è stata solo rinviata.
La cautela di Trump si fonda anche sulla considerazione che un cambio di regime non sia un'opzione semplice. Lo stesso tycoon ha quasi scaricato il figlio dell'ultimo scià Reza Pahlavi, che ha promesso di abbandonare il programma nucleare iraniano una volta assunta la guida del Paese. Ma Trump non pare voler scommettere sull'ex principe ereditario.
La situazione nel Medio Oriente è sempre vela a vento e si attendono nuove scelte da parte di Washington. In attesa, gli alleati sunniti continuano a preferire un regime debole a Teheran piuttosto che un vuoto di potere destabilizzante per la regione. E anche Israele, con Benjamin Netanyahu che ha chiesto a Washington di posticipare l'eventuale intervento, teme "rappresaglie da parte di Teheran".
Ma la pressione americana sugli ayatollah resta comunque alta. La nuova serie di sanzioni ha colpito l'alta cerchia, a partire dal capo del consiglio di sicurezza Ali Larijani, accusato di aver "coordinato la repressione" delle proteste. Anche se Trump si è mostrato cauto, preferendo optare per un approccio economico di ritorsione piuttosto che l'intervento armato.
La situazione nel Paese è ancora molto tesa, con migliaia di morti in due settimane di manifestazioni contro il regime. Teheran ha promesso "processi rapidi e pubblici" per i "rivoltosi", ma secondo gruppi di attivisti la sospensione della forca per Erfan Soltani, il primo manifestante a rischiare la morte in questa ondata di proteste, è stata solo rinviata.
La cautela di Trump si fonda anche sulla considerazione che un cambio di regime non sia un'opzione semplice. Lo stesso tycoon ha quasi scaricato il figlio dell'ultimo scià Reza Pahlavi, che ha promesso di abbandonare il programma nucleare iraniano una volta assunta la guida del Paese. Ma Trump non pare voler scommettere sull'ex principe ereditario.
La situazione nel Medio Oriente è sempre vela a vento e si attendono nuove scelte da parte di Washington. In attesa, gli alleati sunniti continuano a preferire un regime debole a Teheran piuttosto che un vuoto di potere destabilizzante per la regione. E anche Israele, con Benjamin Netanyahu che ha chiesto a Washington di posticipare l'eventuale intervento, teme "rappresaglie da parte di Teheran".