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L'Iran, un teocrazia senza parallelo?
L'osservanza obbligatoria delle norme religiose e la repressione del dissenso sono caratteristiche fondamentali della società iraniana. Ma cosa ci fa il regime a fare con queste tendenze?
In Iran, l'Iran è un caso di teocrazia, in cui il governo è basato sull'osservanza scrupolosa e obbligatoria dei dettami religiosi. Il clero sciita, guidato dall'āyatollāh Ali Khamenei dal 1989, controlla il potere politico, economico ed ideologico.
Il regime ha sempre cercato di trasformare la politica in un mero strumento della religione. Questo è diverso da altre dittature che hanno scimmiottato le liturgie religiose per creare un consenso di massa al loro sistema di potere, ma erano fondati su ideologie profane e secolari.
In Iran, il dissenso è considerato una forma di blasfemia, un atto di disprezzo per la religione. Chi protesta contro il regime non è visto come un oppositore politico da reprimere, ma come un "nemico di Dio" che deve essere punito con la morte.
Le ondate di proteste negli ultimi anni hanno indebolito l'immagine del regime degli āyatollāh, ma non sono riuscite a minarne il consenso. C'è una frangia conservatrice e tradizionalista della società che ha sempre considerato le contestazioni politiche alle gerarchie religiose come un atto di rinuncia alla fede.
Ma la situazione è cambiata. I ceti produttivi, che in passato erano sostenitori del regime, sono ormai schiacciati dalla crisi e dalle privazioni economiche. La consapevolezza che il regime non ha usato le ricchezze collettive per creare benessere per la popolazione, ma solo per mantenere un duro apparato coercitivo, pesa sulla vita quotidiana degli iraniani.
Il sistema di potere iraniano è strutturalmente incapace di evoluzione interna. Tutti i tentativi moderati o riformistici sono falliti o si sono rivelati puramente opportunistici. Da qui la consapevolezza che l'unica speranza di cambiamento è ormai la caduta del regime.
Il quadro internazionale è drasticamente cambiato. L'Iran è sempre più isolato, e le potenze nemiche del fronte sunnita sembrano aver ristabilito un controllo sulle aree che il governo di Teheran ha cercato per anni di destabilizzare.
Ma c'è anche una fragilità nel regime. Gli attacchi aerei e missilistici di Israele hanno mostrato la vulnerabilità del regime, e le note di protesta diplomatiche e ironici appelli alla difesa del diritto internazionale dell'asse delle autocrazie mondiali sono state sempre più deboli.
Alla fine, l'Iran chiede una trasformazione profonda. Ma c'è da sperare che la spallata robusta che sta venendo dalle piazze produca una frattura interna al regime tra il blocco religioso e i suoi fiancheggiatori laici.
L'osservanza obbligatoria delle norme religiose e la repressione del dissenso sono caratteristiche fondamentali della società iraniana. Ma cosa ci fa il regime a fare con queste tendenze?
In Iran, l'Iran è un caso di teocrazia, in cui il governo è basato sull'osservanza scrupolosa e obbligatoria dei dettami religiosi. Il clero sciita, guidato dall'āyatollāh Ali Khamenei dal 1989, controlla il potere politico, economico ed ideologico.
Il regime ha sempre cercato di trasformare la politica in un mero strumento della religione. Questo è diverso da altre dittature che hanno scimmiottato le liturgie religiose per creare un consenso di massa al loro sistema di potere, ma erano fondati su ideologie profane e secolari.
In Iran, il dissenso è considerato una forma di blasfemia, un atto di disprezzo per la religione. Chi protesta contro il regime non è visto come un oppositore politico da reprimere, ma come un "nemico di Dio" che deve essere punito con la morte.
Le ondate di proteste negli ultimi anni hanno indebolito l'immagine del regime degli āyatollāh, ma non sono riuscite a minarne il consenso. C'è una frangia conservatrice e tradizionalista della società che ha sempre considerato le contestazioni politiche alle gerarchie religiose come un atto di rinuncia alla fede.
Ma la situazione è cambiata. I ceti produttivi, che in passato erano sostenitori del regime, sono ormai schiacciati dalla crisi e dalle privazioni economiche. La consapevolezza che il regime non ha usato le ricchezze collettive per creare benessere per la popolazione, ma solo per mantenere un duro apparato coercitivo, pesa sulla vita quotidiana degli iraniani.
Il sistema di potere iraniano è strutturalmente incapace di evoluzione interna. Tutti i tentativi moderati o riformistici sono falliti o si sono rivelati puramente opportunistici. Da qui la consapevolezza che l'unica speranza di cambiamento è ormai la caduta del regime.
Il quadro internazionale è drasticamente cambiato. L'Iran è sempre più isolato, e le potenze nemiche del fronte sunnita sembrano aver ristabilito un controllo sulle aree che il governo di Teheran ha cercato per anni di destabilizzare.
Ma c'è anche una fragilità nel regime. Gli attacchi aerei e missilistici di Israele hanno mostrato la vulnerabilità del regime, e le note di protesta diplomatiche e ironici appelli alla difesa del diritto internazionale dell'asse delle autocrazie mondiali sono state sempre più deboli.
Alla fine, l'Iran chiede una trasformazione profonda. Ma c'è da sperare che la spallata robusta che sta venendo dalle piazze produca una frattura interna al regime tra il blocco religioso e i suoi fiancheggiatori laici.