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La «diffusione dei coltelli» è un sintomo di una febbre sociale che minaccia di consumarci tutti. La paura è il linguaggio che ormai gira libero nella nostra società, e chi dovrebbe incarnare la regola - lo Stato - balbetta. Chi deve educare delega, tratta le mani; chi dovrebbe punire si giustifica.
Il coltello non è una pistola, ma la sua presenza è ovunque. Si compra in un minuto, si ruba con un minuto e mezzo. E infatti, nella maggior parte dei casi, non viene acquistato in rete: viene preso da casa, dalla cucina di mamma e papà.
La violenza non è confinata nel perimetro scolastico; è un linguaggio che ormai gira libero. E qui arriva la parte che nessuno vuole pronunciare perché fa paura: è un problema di autorità, di limite, di Stato. Oggi abbiamo un Paese in cui chi dovrebbe incarnare la regola balbetta; chi dovrebbe educare delega; chi dovrebbe punire trattiene la mano.
La cura è dura, esattamente come lo è la medicina quando l'infezione è avanzata. La cura si chiama certezza della pena. Rapidità. Inesorabilità. Non vendetta, non barbarie: Stato. Perché lo Stato debole è uno Stato complice.
E c'è un'altra vigliaccheria che ci tiene fermi: la paura di essere chiamati «fascisti». È diventato il ricatto perfetto. Ogni volta che si chiede fermezza contro criminali e delinquenti, qualcuno urla «allarme fascismo», come se punire un reato fosse un colpo di Stato.
Ma il fascismo, semmai, è l'opposto: è uno Stato che punisce il dissenso. Qui, invece, parliamo di punire chi accoltella, rapina, aggredisce. Non è repressione: è civiltà. È protezione dei cittadini onesti, dei ragazzi normali, delle famiglie che vorrebbero solo vivere senza l'incubo della lama dietro l'angolo.
La risposta non può essere solo penale, ma deve diventare anche culturale e educativa. La tolleranza a senso unico è una sciocchezza suicida. Si è capito che l'«integrazione» non è una poesia: è un patto. E un patto si regge su regole chiare e conseguenze certe.
Ma noi, invece, il patto è diventato un foglio bianco su cui ciascuno scrive ciò che vuole. L'unico che paga sempre è il cittadino perbene, quello che non ha coltelli in tasca ma paura nello stomaco.
Il male di cui scrivi si cura, dunque, con tre parole che oggi sembrano proibite: limite, autorità, pena. E con un coraggio politico che non arretri davanti alle etichette. Perché la storia è semplice: o lo Stato rialza la testa, o la lama continuerà a farci da calendario.
Un morto ieri, un ferito oggi, un altro domani. E noi a discutere se è «opportuno» essere duri.
Il coltello non è una pistola, ma la sua presenza è ovunque. Si compra in un minuto, si ruba con un minuto e mezzo. E infatti, nella maggior parte dei casi, non viene acquistato in rete: viene preso da casa, dalla cucina di mamma e papà.
La violenza non è confinata nel perimetro scolastico; è un linguaggio che ormai gira libero. E qui arriva la parte che nessuno vuole pronunciare perché fa paura: è un problema di autorità, di limite, di Stato. Oggi abbiamo un Paese in cui chi dovrebbe incarnare la regola balbetta; chi dovrebbe educare delega; chi dovrebbe punire trattiene la mano.
La cura è dura, esattamente come lo è la medicina quando l'infezione è avanzata. La cura si chiama certezza della pena. Rapidità. Inesorabilità. Non vendetta, non barbarie: Stato. Perché lo Stato debole è uno Stato complice.
E c'è un'altra vigliaccheria che ci tiene fermi: la paura di essere chiamati «fascisti». È diventato il ricatto perfetto. Ogni volta che si chiede fermezza contro criminali e delinquenti, qualcuno urla «allarme fascismo», come se punire un reato fosse un colpo di Stato.
Ma il fascismo, semmai, è l'opposto: è uno Stato che punisce il dissenso. Qui, invece, parliamo di punire chi accoltella, rapina, aggredisce. Non è repressione: è civiltà. È protezione dei cittadini onesti, dei ragazzi normali, delle famiglie che vorrebbero solo vivere senza l'incubo della lama dietro l'angolo.
La risposta non può essere solo penale, ma deve diventare anche culturale e educativa. La tolleranza a senso unico è una sciocchezza suicida. Si è capito che l'«integrazione» non è una poesia: è un patto. E un patto si regge su regole chiare e conseguenze certe.
Ma noi, invece, il patto è diventato un foglio bianco su cui ciascuno scrive ciò che vuole. L'unico che paga sempre è il cittadino perbene, quello che non ha coltelli in tasca ma paura nello stomaco.
Il male di cui scrivi si cura, dunque, con tre parole che oggi sembrano proibite: limite, autorità, pena. E con un coraggio politico che non arretri davanti alle etichette. Perché la storia è semplice: o lo Stato rialza la testa, o la lama continuerà a farci da calendario.
Un morto ieri, un ferito oggi, un altro domani. E noi a discutere se è «opportuno» essere duri.