VoceDiAncona
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Un autobus trentino, una storia di abbandono e silenzio. Un bambino solitario, lasciato a scuola senza iscrizione, mentre il mondo intorno a lui sembra averlo dimenticato. Questa è la realtà che ci impone l'autore, Giuseppe Giorgio Mariani, dopo aver vissuto un'esperienza simile nella sua infanzia.
Ricordo ancora quello giorno a Città Studi Milano, quando mi sentii perso e abbandonato. La mia zia aveva iscritto il mio cugino Luigi alla quarta elementare della Leonardo da Vinci, mentre io ero stato dimenticato. L'angoscia dell'attesa del mio nome, la sensazione di essere solo e smarrito, mi hanno lasciato un segno indelebile nella memoria.
Il sistema è fallito. Il bimbo che scende dall'autobus, lui solo come me allora, ma almeno sapeva la strada, io no. Non c'è un unico colpevole in questo caso, ma una rete di adulti che hanno assistito in silenzio all'umiliazione di un minore.
È questo il momento in cui la legge scritta deve cedere il passo a quella morale. Quando un bambino viene lasciato per strada, non basta invocare regolamenti, biglietti, procedure. Ci sono le persone che vedono e tacciono, che assistono al suo destino senza osare fare qualcosa.
La civiltà di una società si misura anche da come tratta i più fragili quando nessuno guarda. Questa è la verità nascosta dietro a un semplice fatto. Il silenzio pesa come una macchia d'olio, che si diffonde su tutti coloro che vedono e tacciono.
Il ricordo del nostro passato è un monito pubblico. Non è solo memoria privata, ma una chiamata ad azione per cambiare il mondo in cui viviamo. La nostra responsabilità non è solo quella di proteggere i bambini, ma anche quella di essere testimoni del silenzio e di parlare quando gli altri tacciono.
La nostra società deve imparare a trattare i più fragili con rispetto e dignità, senza farli sentire soli e abbandonati. Il sistema deve cambiare, per favore. Perché certe immagini non invecchiano, ma rimangono intatte, a ricordarci chi siamo stati e cosa non dovrebbe mai più accadere.
Ricordo ancora quello giorno a Città Studi Milano, quando mi sentii perso e abbandonato. La mia zia aveva iscritto il mio cugino Luigi alla quarta elementare della Leonardo da Vinci, mentre io ero stato dimenticato. L'angoscia dell'attesa del mio nome, la sensazione di essere solo e smarrito, mi hanno lasciato un segno indelebile nella memoria.
Il sistema è fallito. Il bimbo che scende dall'autobus, lui solo come me allora, ma almeno sapeva la strada, io no. Non c'è un unico colpevole in questo caso, ma una rete di adulti che hanno assistito in silenzio all'umiliazione di un minore.
È questo il momento in cui la legge scritta deve cedere il passo a quella morale. Quando un bambino viene lasciato per strada, non basta invocare regolamenti, biglietti, procedure. Ci sono le persone che vedono e tacciono, che assistono al suo destino senza osare fare qualcosa.
La civiltà di una società si misura anche da come tratta i più fragili quando nessuno guarda. Questa è la verità nascosta dietro a un semplice fatto. Il silenzio pesa come una macchia d'olio, che si diffonde su tutti coloro che vedono e tacciono.
Il ricordo del nostro passato è un monito pubblico. Non è solo memoria privata, ma una chiamata ad azione per cambiare il mondo in cui viviamo. La nostra responsabilità non è solo quella di proteggere i bambini, ma anche quella di essere testimoni del silenzio e di parlare quando gli altri tacciono.
La nostra società deve imparare a trattare i più fragili con rispetto e dignità, senza farli sentire soli e abbandonati. Il sistema deve cambiare, per favore. Perché certe immagini non invecchiano, ma rimangono intatte, a ricordarci chi siamo stati e cosa non dovrebbe mai più accadere.