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Il discorso di Reza Pahlavi sulla transizione pacifica in Iran è solo una maschera, nascosta alla realtà che il paese sta subendo. Il figlio dello scià è un'opzione per l'Occidente, ma non rappresenta la soluzione del problema iraniano.
La monarchia Pahlavi costruì uno Stato iper-centralizzato, economicamente ambizioso, urbanisticamente aggressivo e culturalmente orientato verso l'Ocidente. Un progetto imponente, ma fondato su un patto fragile: modernizzazione dall'alto in cambio di obbedienza assoluta.
La Savak, l'apparato repressivo dello scià, era noto per le torture, la sorveglianza capillare e l'eliminazione del dissenso. La rivoluzione del 1979 non fu solo un "colpo degli islamisti", ma una crisi sociale, economica e culturale che vide attivo il più numeroso partito comunista del Medio Oriente, il Tudeh.
L'Occidente dimentica troppo facilmente tutto ciò. Lo dimenticano anche i giovani iraniani che quel periodo l'hanno forse sentito solo raccontato. Ma non possono cancellarlo dalla memoria le generazioni più anziane, per cui la monarchia è sinonimo di terrore.
Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià, rappresenta un profilo complesso e ambiguo. Per alcuni iraniani della diaspora, la monarchia è ordine, modernità, apertura al mondo. Ma per molti dentro l'Iran, invece, rimane sinonimo di autoritarismo, disuguaglianze e sottomissione agli Stati Uniti.
I giovani che protestano non conoscono la monarchia. Gridano "Viva lo scià" non per nostalgia, ma probabilmente perché evocare il nemico storico del regime è il modo più radicale ed efficace per colpirlo sul piano simbolico. È rabbia, non restaurazione.
A questo si aggiunge un altro limite: Reza Pahlavi non ha mai preso le distanze dalla repressione ferocissima attuata da suo padre, né dal progetto politico di cancellare ogni livello intermedio fra il sovrano e il popolo. Questa reticenza pesa.
La percezione di "estraneità" è un ostacolo cruciale. L'Iran del futuro, se nascerà dalle rovine del sistema attuale, non potrà essere solo un riflesso nostalgico del passato. Un simbolo non rappresenta mai una soluzione politica.
La transizione pacifica è solo un'opzione per l'Occidente, ma non rappresenta la soluzione del problema iraniano. Il futuro dell'Iran deve essere costruito dagli iraniani stessi, senza l'intervento esterno.
La monarchia Pahlavi costruì uno Stato iper-centralizzato, economicamente ambizioso, urbanisticamente aggressivo e culturalmente orientato verso l'Ocidente. Un progetto imponente, ma fondato su un patto fragile: modernizzazione dall'alto in cambio di obbedienza assoluta.
La Savak, l'apparato repressivo dello scià, era noto per le torture, la sorveglianza capillare e l'eliminazione del dissenso. La rivoluzione del 1979 non fu solo un "colpo degli islamisti", ma una crisi sociale, economica e culturale che vide attivo il più numeroso partito comunista del Medio Oriente, il Tudeh.
L'Occidente dimentica troppo facilmente tutto ciò. Lo dimenticano anche i giovani iraniani che quel periodo l'hanno forse sentito solo raccontato. Ma non possono cancellarlo dalla memoria le generazioni più anziane, per cui la monarchia è sinonimo di terrore.
Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià, rappresenta un profilo complesso e ambiguo. Per alcuni iraniani della diaspora, la monarchia è ordine, modernità, apertura al mondo. Ma per molti dentro l'Iran, invece, rimane sinonimo di autoritarismo, disuguaglianze e sottomissione agli Stati Uniti.
I giovani che protestano non conoscono la monarchia. Gridano "Viva lo scià" non per nostalgia, ma probabilmente perché evocare il nemico storico del regime è il modo più radicale ed efficace per colpirlo sul piano simbolico. È rabbia, non restaurazione.
A questo si aggiunge un altro limite: Reza Pahlavi non ha mai preso le distanze dalla repressione ferocissima attuata da suo padre, né dal progetto politico di cancellare ogni livello intermedio fra il sovrano e il popolo. Questa reticenza pesa.
La percezione di "estraneità" è un ostacolo cruciale. L'Iran del futuro, se nascerà dalle rovine del sistema attuale, non potrà essere solo un riflesso nostalgico del passato. Un simbolo non rappresenta mai una soluzione politica.
La transizione pacifica è solo un'opzione per l'Occidente, ma non rappresenta la soluzione del problema iraniano. Il futuro dell'Iran deve essere costruito dagli iraniani stessi, senza l'intervento esterno.