Lo Stretto di Hormuz rimane l'arteria giugulare dell'economia energetica globale, ma raramente appare così carica di rischi strutturali come oggi. La sua centralità è determinata dalla quantità decisiva dell'energia che passa attraverso questo corridoio marittimo, oltre a essere percepita come un sistema minaccioso dal regime iraniano.
La maggior parte dei flussi di petrolio e gas naturale liquido che attraversano lo Stretto di Hormuz sono destinati all'Asia: Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in misura critica dalla sicurezza di questo passaggio. Il Qatar, tra i maggiori esportatori mondiali di Lng, utilizza quasi esclusivamente lo Stretto per raggiungere i mercati internazionali.
Tuttavia, ogni tensione nello Stretto si riflette immediatamente sui mercati energetici, sui premi assicurativi delle petroliere e sulla percezione del rischio geopolitico globale. Negli ultimi mesi l'attenzione internazionale si è concentrata sul rafforzamento delle capacità militari iraniane lungo la costa meridionale del Paese, in particolare nella provincia di Hormozgan e nell'area di Bandar Abbas.
Il regime iraniano ha introdotto un sistema militare integrato che comprende missili antinave con gittata fino a 2.000 km, sistemi di difesa aerea costiera, droni impiegabili in modo coordinato e forze navali leggere, inclusi sottomarini difficili da individuare. Questo dispositivo militare non serve solo alla deterrenza, ma permette un controllo asimmetrico del mare capace di saturare le difese avversarie.
Il punto centrale, in ogni caso, non è la possibilità di "chiudere" lo Stretto (ipotesi che molti analisti considerano difficilmente sostenibile nel lungo periodo) bensì la capacità di rendere credibile e costante la minaccia di instabilità. La differenza tra il passato e oggi è qualitativa: non è necessario un attacco diretto o una chiusura formale per rallentare il traffico marittimo, far aumentare i costi assicurativi, alimentare la volatilità dei prezzi dell'energia e costringere le cancellerie occidentali a reagire in tempo reale.
La rapidità delle tecnologie militari moderne riduce i tempi di decisione e aumenta il rischio di errore. A questo si aggiunge l'amplificazione immediata di ogni incidente da parte dei media e dei social network, che trasforma episodi locali in crisi politiche internazionali, riducendo i margini per soluzioni diplomatiche silenziose.
Lo Stretto di Hormuz resta aperto, ma è proprio questa apparente normalità a rendere il rischio più insidioso: la stabilità non è più garantita dall'assenza di tensioni, bensì da un equilibrio fragile in cui basta poco per spostare l'ago della bilanza.
La maggior parte dei flussi di petrolio e gas naturale liquido che attraversano lo Stretto di Hormuz sono destinati all'Asia: Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in misura critica dalla sicurezza di questo passaggio. Il Qatar, tra i maggiori esportatori mondiali di Lng, utilizza quasi esclusivamente lo Stretto per raggiungere i mercati internazionali.
Tuttavia, ogni tensione nello Stretto si riflette immediatamente sui mercati energetici, sui premi assicurativi delle petroliere e sulla percezione del rischio geopolitico globale. Negli ultimi mesi l'attenzione internazionale si è concentrata sul rafforzamento delle capacità militari iraniane lungo la costa meridionale del Paese, in particolare nella provincia di Hormozgan e nell'area di Bandar Abbas.
Il regime iraniano ha introdotto un sistema militare integrato che comprende missili antinave con gittata fino a 2.000 km, sistemi di difesa aerea costiera, droni impiegabili in modo coordinato e forze navali leggere, inclusi sottomarini difficili da individuare. Questo dispositivo militare non serve solo alla deterrenza, ma permette un controllo asimmetrico del mare capace di saturare le difese avversarie.
Il punto centrale, in ogni caso, non è la possibilità di "chiudere" lo Stretto (ipotesi che molti analisti considerano difficilmente sostenibile nel lungo periodo) bensì la capacità di rendere credibile e costante la minaccia di instabilità. La differenza tra il passato e oggi è qualitativa: non è necessario un attacco diretto o una chiusura formale per rallentare il traffico marittimo, far aumentare i costi assicurativi, alimentare la volatilità dei prezzi dell'energia e costringere le cancellerie occidentali a reagire in tempo reale.
La rapidità delle tecnologie militari moderne riduce i tempi di decisione e aumenta il rischio di errore. A questo si aggiunge l'amplificazione immediata di ogni incidente da parte dei media e dei social network, che trasforma episodi locali in crisi politiche internazionali, riducendo i margini per soluzioni diplomatiche silenziose.
Lo Stretto di Hormuz resta aperto, ma è proprio questa apparente normalità a rendere il rischio più insidioso: la stabilità non è più garantita dall'assenza di tensioni, bensì da un equilibrio fragile in cui basta poco per spostare l'ago della bilanza.