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Nel panorama della moda italiana, la morte di alcuni grandi stilisti come Valentino e Armani lascia un vuoto difficile da colmare. In realtà, non è solo l'abito a essere scomparso, ma anche il modo in cui lo si pensa e produce. Secondo Paolo Ferrarini, docente di scenari culturali contemporanei, la moda italiana deve cambiare strada per sopravvivere.
Ferrarini sostiene che i piccoli marchi con una grandissima visione radicale sono l'unica strada percorribile. "Non dimentichiamo che le innovazioni estetiche italiane, dal Rinascimento al boom economico, sono sempre iniziate come piccole crepe in un sistema gigantesco e poi hanno portato conseguenze positive", dice.
Il problema è che la creatività viene messa in teca quando entrano i grandi gruppi. "Se entrano in gioco i grandi gruppi la creatività diventa uno dei tanti ingredienti. Il paragone con la cucina è illuminante: un ristorante stellato non potrà mai essere l’equivalente di un cibo pronto per il microonde, per quanto buono, sano e gustoso", spiega Ferrarini.
Il rischio più grande per la moda italiana è la mancanza di talenti o la mancanza di tempo per farli maturare. "Forse non abbiamo mai avuto così tanti talenti come ora. Viviamo nella “Creator Economy” e gli strumenti per esprimersi sono alla portata di tutti", aggiunge.
Ma cosa resta vivo davvero? Gli archivi, i libri nelle biblioteche o un modo di pensare la moda? Secondo Ferrarini, "restano archivi, ma forse non ci sarà più nessuno dei grandi come Valentino. Resta il modo in cui lo si pensa e produce".
L'eredità di questi stilisti deve essere vissuta dagli appassionati della moda italiana. Oscar Garavani, nipote di Valentino, Giancarlo Giammetti, Carlos Souza e i fratelli Sax sono solo alcuni esempi dei talenti che hanno lasciato il segno nella storia del costume. Ma come possono essere vissuti gli archivi dei loro capolavori? Un modo di pensare la moda che sia innovativo, sostenibile e vero al proprio cuore è necessario per l'avvenire della moda italiana.
Ferrarini sostiene che i piccoli marchi con una grandissima visione radicale sono l'unica strada percorribile. "Non dimentichiamo che le innovazioni estetiche italiane, dal Rinascimento al boom economico, sono sempre iniziate come piccole crepe in un sistema gigantesco e poi hanno portato conseguenze positive", dice.
Il problema è che la creatività viene messa in teca quando entrano i grandi gruppi. "Se entrano in gioco i grandi gruppi la creatività diventa uno dei tanti ingredienti. Il paragone con la cucina è illuminante: un ristorante stellato non potrà mai essere l’equivalente di un cibo pronto per il microonde, per quanto buono, sano e gustoso", spiega Ferrarini.
Il rischio più grande per la moda italiana è la mancanza di talenti o la mancanza di tempo per farli maturare. "Forse non abbiamo mai avuto così tanti talenti come ora. Viviamo nella “Creator Economy” e gli strumenti per esprimersi sono alla portata di tutti", aggiunge.
Ma cosa resta vivo davvero? Gli archivi, i libri nelle biblioteche o un modo di pensare la moda? Secondo Ferrarini, "restano archivi, ma forse non ci sarà più nessuno dei grandi come Valentino. Resta il modo in cui lo si pensa e produce".
L'eredità di questi stilisti deve essere vissuta dagli appassionati della moda italiana. Oscar Garavani, nipote di Valentino, Giancarlo Giammetti, Carlos Souza e i fratelli Sax sono solo alcuni esempi dei talenti che hanno lasciato il segno nella storia del costume. Ma come possono essere vissuti gli archivi dei loro capolavori? Un modo di pensare la moda che sia innovativo, sostenibile e vero al proprio cuore è necessario per l'avvenire della moda italiana.