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Ci siamo, finalmente. La telefonata di Giorgia Meloni a mamma e papà Trentini, la voce rotta dalla commozione, arriva attorno alle 4.30 del mattino di lunedì, dopo una notte insonne. Anche a casa Trentini, in una stradina del Lido di Venezia, la luce è rimasta sempre accesa quando fuori era buio, come viva è rimasta la speranza di riabbracciare Alberto in questi 423 giorni di prigionia.
La situazione a Caracas era esplosiva, con le milizie armate pro Maduro che infiammano le strade. Il pensiero correva subito a Trentini e agli altri italiani dietro le sbarre venezuelane, di cui dodici per ragioni politiche, accusati di aver tramato contro un regime sanguinario.
La svolta decisiva arrivò con l'arresto di Nicolás Maduro dello scorso 2 gennaio. A Roma il pensiero correva subito a Trentini e agli altri italiani dietro le sbarre venezuelane, di cui dodici per ragioni politiche, accusati di aver tramato contro un regime sanguinario.
Il canale con Washington è stato aperto. Si spera che anche stavolta, esattamente come un anno fa per la liberazione di Cecilia Sala, la Casa Bianca giochi un ruolo decisivo, servendo all'Italia l'assist che attende. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, del resto, ha alimentato l'ottimismo di Roma, parlando dei detenuti reclusi in Venezuela con Tajani.
Il lavoro per arrivare alla liberazione di Trentini si fa incessante: si lavora h24, sette giorni su sette per vederlo tornare a casa. La priorità è pensare agli italiani ancora dietro le sbarre: non sono figli di un Dio minore.
Siamo giunti a questo momento dopo un lungo viaggio di speranza e di aspettativa. Speranza che finalmente ci siamo, speranza che il nostro cooperante italiano e l'imprenditore torinese Mario Burlò possano tornare a casa con le manette sulle spalle.
E adesso, mentre scrivo queste parole, la luce è rimasta sempre accesa a casa Trentini. La speranza è viva, la speranza che Alberto possa finalmente tornare a braccio di sua madre Armanda e suo padre Ezio.
La situazione a Caracas era esplosiva, con le milizie armate pro Maduro che infiammano le strade. Il pensiero correva subito a Trentini e agli altri italiani dietro le sbarre venezuelane, di cui dodici per ragioni politiche, accusati di aver tramato contro un regime sanguinario.
La svolta decisiva arrivò con l'arresto di Nicolás Maduro dello scorso 2 gennaio. A Roma il pensiero correva subito a Trentini e agli altri italiani dietro le sbarre venezuelane, di cui dodici per ragioni politiche, accusati di aver tramato contro un regime sanguinario.
Il canale con Washington è stato aperto. Si spera che anche stavolta, esattamente come un anno fa per la liberazione di Cecilia Sala, la Casa Bianca giochi un ruolo decisivo, servendo all'Italia l'assist che attende. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, del resto, ha alimentato l'ottimismo di Roma, parlando dei detenuti reclusi in Venezuela con Tajani.
Il lavoro per arrivare alla liberazione di Trentini si fa incessante: si lavora h24, sette giorni su sette per vederlo tornare a casa. La priorità è pensare agli italiani ancora dietro le sbarre: non sono figli di un Dio minore.
Siamo giunti a questo momento dopo un lungo viaggio di speranza e di aspettativa. Speranza che finalmente ci siamo, speranza che il nostro cooperante italiano e l'imprenditore torinese Mario Burlò possano tornare a casa con le manette sulle spalle.
E adesso, mentre scrivo queste parole, la luce è rimasta sempre accesa a casa Trentini. La speranza è viva, la speranza che Alberto possa finalmente tornare a braccio di sua madre Armanda e suo padre Ezio.