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I trent'anni della tragica morte di Giuseppe Di Matteo. Il bambino che "ha sconfitto la mafia" e non deve mai essere dimenticato.
Il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, fu sequestrato nel gennaio 1996 e ucciso con un atto di ferocia. La mafia aveva cercato di dissuaderlo dal parlare con gli investigatori dopo aver sentito dire che il padre si era pentito.
"Prima mi hanno tradito lo Stato, ora la mia famiglia", ha detto Santino Di Matteo citando in giudizio la sua ex moglie e figlio. Il bambino fu trattenuto per 779 giorni prima di essere ucciso con un atto di violenza. La mafia aveva cercato di dissuaderlo dal parlare con gli investigatori, ma il pentito continuò a parlare con gli inquirenti.
La sua morte è stata un colpo alla lotta contro la mafia e rappresenta una delle pagine più buie della storia del nostro Paese. La famiglia Di Matteo continua a chiedere giustizia per la morte del bambino e sta lavorando per portare avanti i principi della legalità.
Santo Di Matteo ha detto che il suo figlio era "colpevole" solo di essere stato figlio di un uomo che aveva scelto di pentirsi. La sua uccisione ci ricorda fino a che punto può arrivare la ferocia mafiosa quando si sente minacciata dalla giustizia e dalla scelta coraggiosa di collaborare con lo Stato.
La famiglia Di Matteo non vuole dimenticare il sacrificio del bambino. "Sono passati trent'anni, ma per noi non sono mai trascorsi", ha detto Nicola Di Matteo, fratello del piccolo Giuseppe. "Per tutta la vita ci porteremo questo dolore."
La commemorazione si è svolta anche a Custonaci, nella presenza del sottosegretario agli Interni Andrea Delmastro e della presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo. "La tragica vicenda di Giuseppe Di Matteo rappresenta una delle pagine più buie della storia del nostro Paese e continua ancora oggi a interrogare la coscienza civile della Nazione".
Il sindaco di Palermo Roberto Lagalla ha detto che il sacrificio del bambino ci obbliga a un impegno quotidiano: nella difesa dei diritti dei più fragili, nell'educazione alla legalità delle nuove generazioni, nel sostegno a chi sceglie di stare dalla parte dello Stato e della giustizia.
Il piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, fu sequestrato nel gennaio 1996 e ucciso con un atto di ferocia. La mafia aveva cercato di dissuaderlo dal parlare con gli investigatori dopo aver sentito dire che il padre si era pentito.
"Prima mi hanno tradito lo Stato, ora la mia famiglia", ha detto Santino Di Matteo citando in giudizio la sua ex moglie e figlio. Il bambino fu trattenuto per 779 giorni prima di essere ucciso con un atto di violenza. La mafia aveva cercato di dissuaderlo dal parlare con gli investigatori, ma il pentito continuò a parlare con gli inquirenti.
La sua morte è stata un colpo alla lotta contro la mafia e rappresenta una delle pagine più buie della storia del nostro Paese. La famiglia Di Matteo continua a chiedere giustizia per la morte del bambino e sta lavorando per portare avanti i principi della legalità.
Santo Di Matteo ha detto che il suo figlio era "colpevole" solo di essere stato figlio di un uomo che aveva scelto di pentirsi. La sua uccisione ci ricorda fino a che punto può arrivare la ferocia mafiosa quando si sente minacciata dalla giustizia e dalla scelta coraggiosa di collaborare con lo Stato.
La famiglia Di Matteo non vuole dimenticare il sacrificio del bambino. "Sono passati trent'anni, ma per noi non sono mai trascorsi", ha detto Nicola Di Matteo, fratello del piccolo Giuseppe. "Per tutta la vita ci porteremo questo dolore."
La commemorazione si è svolta anche a Custonaci, nella presenza del sottosegretario agli Interni Andrea Delmastro e della presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo. "La tragica vicenda di Giuseppe Di Matteo rappresenta una delle pagine più buie della storia del nostro Paese e continua ancora oggi a interrogare la coscienza civile della Nazione".
Il sindaco di Palermo Roberto Lagalla ha detto che il sacrificio del bambino ci obbliga a un impegno quotidiano: nella difesa dei diritti dei più fragili, nell'educazione alla legalità delle nuove generazioni, nel sostegno a chi sceglie di stare dalla parte dello Stato e della giustizia.