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La bozza del nuovo contratto per i dipendenti pubblici introduce l'intelligenza artificiale come strumento di supporto, ma non sostituzione. L'AI può essere utilizzato per valutazioni, organizzazione del lavoro e orari, ma le decisioni finali devono passare da una persona. Questa è la scelta che emerge dalla bozza contrattuale.
L'intelligenza artificiale diventa materia di contrattazione. Le amministrazioni che intendono introdurre sistemi di intelligenza artificiale dovranno informare preventivamente i sindacati. L'AI non viene trattata come un software qualunque, ma come fattore organizzativo che entra a pieno titolo nel perimetro delle relazioni sindacali.
Il cuore della bozza è il divieto di decisioni esclusivamente automatizzate quando sono in gioco effetti giuridici o professionali rilevanti. Gli algoritmi possono analizzare dati, individuare schemi, segnalare scostamenti. Ma la decisione finale deve passare da una persona. E di quella decisione qualcuno deve rispondere.
È un principio che sembra ovvio, ma che arriva in un momento storico in cui la tentazione di rifugiarsi dietro il «lo dice il sistema» è tutt’altro che teorica. Qui, invece, la responsabilità resta saldamente ancorata al dirigente: l'AI supporta, l'uomo decide.
Il terreno più sensibile è quello delle valutazioni individuali. La pubblica amministrazione fatica a distinguere davvero tra prestazioni diverse, oscillando tra automatismi e uniformità. L'idea che strumenti di analisi avanzata possano contribuire a maggiore coerenza e comparabilità non è priva di fondamento.
Ma è proprio qui che si annida il rischio più sottile: scambiare l'apparente oggettività del dato per equità. Ogni algoritmo riflette criteri, pesi, priorità decise a monte. Per questo il contratto introduce un diritto nuovo e significativo: il lavoratore deve poter conoscere, in forma comprensibile, i criteri generali di funzionamento dei sistemi che incidono sul suo lavoro.
Il tema non è nuovo. Da anni le valutazioni nel pubblico impiego faticano a produrre vere differenziazioni, alimentando un sistema in cui il riconoscimento del merito tende ad appiattirsi e a distribuirsi in modo uniforme.
L'intelligenza artificiale viene guardata come possibile strumento di supporto: non per assegnare automaticamente premi o giudizi, ma per rendere meno arbitrario – e più difendibile – il percorso che conduce a quelle decisioni. La trasparenza diventa così un argine all'opacità tecnologica. Non un freno all'innovazione, ma una condizione perché l'innovazione non si trasformi in un automatismo amministrativo difficilmente contestabile.
È un passaggio che sposta il baricentro: dalla fiducia cieca nella tecnologia alla responsabilità consapevole di chi la utilizza. Resta però una questione che il testo contrattuale può solo sfiorare: i dirigenti sono pronti a esercitare davvero questa responsabilità? Perché mantenere l'ultima parola non è solo una garanzia formale, è anche un onere concreto.
Significa capire cosa suggerisce l'algoritmo, quando seguirlo e quando discostarsene. Da qui l'ultimo pilastro previsto dalla bozza: la formazione. Non come accessorio, ma come condizione necessaria affinché la tecnologia resti uno strumento e non diventi un automatismo travestito da modernità.
L'intelligenza artificiale diventa materia di contrattazione. Le amministrazioni che intendono introdurre sistemi di intelligenza artificiale dovranno informare preventivamente i sindacati. L'AI non viene trattata come un software qualunque, ma come fattore organizzativo che entra a pieno titolo nel perimetro delle relazioni sindacali.
Il cuore della bozza è il divieto di decisioni esclusivamente automatizzate quando sono in gioco effetti giuridici o professionali rilevanti. Gli algoritmi possono analizzare dati, individuare schemi, segnalare scostamenti. Ma la decisione finale deve passare da una persona. E di quella decisione qualcuno deve rispondere.
È un principio che sembra ovvio, ma che arriva in un momento storico in cui la tentazione di rifugiarsi dietro il «lo dice il sistema» è tutt’altro che teorica. Qui, invece, la responsabilità resta saldamente ancorata al dirigente: l'AI supporta, l'uomo decide.
Il terreno più sensibile è quello delle valutazioni individuali. La pubblica amministrazione fatica a distinguere davvero tra prestazioni diverse, oscillando tra automatismi e uniformità. L'idea che strumenti di analisi avanzata possano contribuire a maggiore coerenza e comparabilità non è priva di fondamento.
Ma è proprio qui che si annida il rischio più sottile: scambiare l'apparente oggettività del dato per equità. Ogni algoritmo riflette criteri, pesi, priorità decise a monte. Per questo il contratto introduce un diritto nuovo e significativo: il lavoratore deve poter conoscere, in forma comprensibile, i criteri generali di funzionamento dei sistemi che incidono sul suo lavoro.
Il tema non è nuovo. Da anni le valutazioni nel pubblico impiego faticano a produrre vere differenziazioni, alimentando un sistema in cui il riconoscimento del merito tende ad appiattirsi e a distribuirsi in modo uniforme.
L'intelligenza artificiale viene guardata come possibile strumento di supporto: non per assegnare automaticamente premi o giudizi, ma per rendere meno arbitrario – e più difendibile – il percorso che conduce a quelle decisioni. La trasparenza diventa così un argine all'opacità tecnologica. Non un freno all'innovazione, ma una condizione perché l'innovazione non si trasformi in un automatismo amministrativo difficilmente contestabile.
È un passaggio che sposta il baricentro: dalla fiducia cieca nella tecnologia alla responsabilità consapevole di chi la utilizza. Resta però una questione che il testo contrattuale può solo sfiorare: i dirigenti sono pronti a esercitare davvero questa responsabilità? Perché mantenere l'ultima parola non è solo una garanzia formale, è anche un onere concreto.
Significa capire cosa suggerisce l'algoritmo, quando seguirlo e quando discostarsene. Da qui l'ultimo pilastro previsto dalla bozza: la formazione. Non come accessorio, ma come condizione necessaria affinché la tecnologia resti uno strumento e non diventi un automatismo travestito da modernità.