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Un giovane appassionato di Grand Theft Auto VI, gravemente malato di cancro, ha fatto una richiesta audace: "Dopo aver ricevuto un'offerta di Rockstar Games per provare il gioco in anteprima". La storia è un po' stramba e nasce da un appello pubblico su LinkedIn. Il ragazzo, grande fan della saga, avrebbe potuto non vivere abbastanza per vedere il lancio del titolo.
Ma cosa succede quando una persona malata si rivolge a un'azienda come Rockstar Games? La risposta è semplice: bisogna essere terminali. Le persone che hanno una malattia grave, ma che ancora possono sperare di sopravvivere con un po' di fortuna, non sono adatta per provare il gioco in anteprima.
La vicenda diventa simbolica perché GTA 6 è già diventato un oggetto di attesa, un evento stardinario nel mondo videoludico che continua a rimandare. E Rockstar Games, che deve gestire l'attesa del pubblico, deve anche considerare le esigenze delle persone malate.
Ma cosa fa una persona con una malattia grave quando si rivolge a un'azienda come Rockstar Games? Si sente abbandonata? Non c'è nessuna conferma ufficiale da parte di Rockstar Games o Take Two Interactive, la società che controlla l'azienda. Ma la vicenda è già iniziata a circolare sui media internazionali e sulle principali testate di settore.
In questo contesto, il gesto attribuito a Rockstar è umanamente comprensibile, ma è anche una forma di selezione. Chi deve essere pronto a morire per poter provare il gioco in anteprima? Chi deve essere disposto a rischiare la propria vita per aver un'esperienza unica?
La risposta è che non basta essere malato, non basta essere depresso o avere problemi di salute. Basta essere terminali. E senza contare che uno può finire sotto una macchina, avere un infarto fulminante o qualsiasi cosa che abbia preavvisi per poter chiamare l'ambulanza, e non la Rockstar.
La vicenda è un po' stramba, ma dice molto più del semplice mondo dei videogiochi. È un simbolo dell'industria che ha trasformato i cicli di sviluppo in decenni, il marketing in una religione dell'attesa e il pubblico in una generazione che invecchia davanti a un trailer.
E noi, come giornalisti, dobbiamo chiederci: cosa stiamo facendo? Stiamo creando un mondo in cui le persone devono essere malate, depresso o in trouble per poter provare il nostro prodotto?
Ma cosa succede quando una persona malata si rivolge a un'azienda come Rockstar Games? La risposta è semplice: bisogna essere terminali. Le persone che hanno una malattia grave, ma che ancora possono sperare di sopravvivere con un po' di fortuna, non sono adatta per provare il gioco in anteprima.
La vicenda diventa simbolica perché GTA 6 è già diventato un oggetto di attesa, un evento stardinario nel mondo videoludico che continua a rimandare. E Rockstar Games, che deve gestire l'attesa del pubblico, deve anche considerare le esigenze delle persone malate.
Ma cosa fa una persona con una malattia grave quando si rivolge a un'azienda come Rockstar Games? Si sente abbandonata? Non c'è nessuna conferma ufficiale da parte di Rockstar Games o Take Two Interactive, la società che controlla l'azienda. Ma la vicenda è già iniziata a circolare sui media internazionali e sulle principali testate di settore.
In questo contesto, il gesto attribuito a Rockstar è umanamente comprensibile, ma è anche una forma di selezione. Chi deve essere pronto a morire per poter provare il gioco in anteprima? Chi deve essere disposto a rischiare la propria vita per aver un'esperienza unica?
La risposta è che non basta essere malato, non basta essere depresso o avere problemi di salute. Basta essere terminali. E senza contare che uno può finire sotto una macchina, avere un infarto fulminante o qualsiasi cosa che abbia preavvisi per poter chiamare l'ambulanza, e non la Rockstar.
La vicenda è un po' stramba, ma dice molto più del semplice mondo dei videogiochi. È un simbolo dell'industria che ha trasformato i cicli di sviluppo in decenni, il marketing in una religione dell'attesa e il pubblico in una generazione che invecchia davanti a un trailer.
E noi, come giornalisti, dobbiamo chiederci: cosa stiamo facendo? Stiamo creando un mondo in cui le persone devono essere malate, depresso o in trouble per poter provare il nostro prodotto?