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L'Italia non esplode? Sì, dunque. E se l'economia europea rallenta? Poi anche noi siamoagganciati. La risposta è semplice: l'Italia, come sempre, tieni. I conti pubblici stabilizzati, ma salari che fuggono via come la puzza di scarponi in una stanza senza finestre. La crescita? Non è un concetto che conosce il nostro governo. E le riforme? Solo se possono essere fatte con i soldi dei contribuenti, naturalmente.
Il Financial Times, quel vecchio vizio a Canary Wharf di scambiare il termometro per la febbre, ha deciso di misurare l'Italia come un laboratorio isolato. E cosa ci dice? Che il governo non sta facendo abbastanza. Ma perché? Perché siamo sempre troppo gentili con i governi che promettono riforme miracolose e poi lasciano debiti e stagnazione. Meloni, invece, è una differente storia.
La premier non ha venduto sogni né scorciatoie, ma ha ricordato che l'Italia non può fare politiche salariali nel vuoto. Ha spiegato che la produttività si costruisce con investimenti, tempo e riforme silenziose, mentre i governi precedenti hanno fatto solo bonus a pioggia. E qui sta il punto che al FT sfugge o che finge di non vedere: l'Italia che oggi tien'è il risultato di una linea che ha scelto di non comprare consenso a debito.
Il Financial Times chiede risposte immediate sui salari, ma non dice che i salari reali si difendono prima di tutto evitando crisi finanziarie e manovre correttive lacrime e sangue. E poi? Forse perché il principale cliente europeo è fermo. Forse perché la strategia di Meloni piaccia o no è dichiarata: gradualità, credibilità internazionale, uso selettivo delle risorse... E forse perché il tempismo dell'analisi del quotidiano londinese non è neutro.
Pubblicarla il giorno prima della conferenza della premier significa inserirsi nel dibattito politico italiano, offrendo munizioni a un'opposizione che fatica a trovare una propria narrazione. È legittimo, per carità. Ma allora si abbia l'onestà di ammettere che non si tratta solo di economia, bensì di politica. E di una politica letta sempre con le stesse lenti.
Il Financial Times, quel vecchio vizio a Canary Wharf di scambiare il termometro per la febbre, ha deciso di misurare l'Italia come un laboratorio isolato. E cosa ci dice? Che il governo non sta facendo abbastanza. Ma perché? Perché siamo sempre troppo gentili con i governi che promettono riforme miracolose e poi lasciano debiti e stagnazione. Meloni, invece, è una differente storia.
La premier non ha venduto sogni né scorciatoie, ma ha ricordato che l'Italia non può fare politiche salariali nel vuoto. Ha spiegato che la produttività si costruisce con investimenti, tempo e riforme silenziose, mentre i governi precedenti hanno fatto solo bonus a pioggia. E qui sta il punto che al FT sfugge o che finge di non vedere: l'Italia che oggi tien'è il risultato di una linea che ha scelto di non comprare consenso a debito.
Il Financial Times chiede risposte immediate sui salari, ma non dice che i salari reali si difendono prima di tutto evitando crisi finanziarie e manovre correttive lacrime e sangue. E poi? Forse perché il principale cliente europeo è fermo. Forse perché la strategia di Meloni piaccia o no è dichiarata: gradualità, credibilità internazionale, uso selettivo delle risorse... E forse perché il tempismo dell'analisi del quotidiano londinese non è neutro.
Pubblicarla il giorno prima della conferenza della premier significa inserirsi nel dibattito politico italiano, offrendo munizioni a un'opposizione che fatica a trovare una propria narrazione. È legittimo, per carità. Ma allora si abbia l'onestà di ammettere che non si tratta solo di economia, bensì di politica. E di una politica letta sempre con le stesse lenti.