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Il 23 giugno 2016, i britannici si sono lasciati prendere dalla paura e dall'insicurezza. Il risultato del referendum è stato una delusione per tutti noi: il 52% degli elettori ha deciso di lasciare l’Unione Europea, mentre il 48% avrebbe voluto restarci. Questo giorno, che è diventato una specie di trauma nazionale, ci ha fatto vedere che anche un popolo convinto della sua calma razionalità può essere vittima di un momento di emozioni.
Nessuno era pronto per la decisione. Gli sconfitti del referendum parlano d’altro, magari del fatto che Gran Bretagna e Unione Europea si sono riavvicinate. Ma tornare nella Ue non è all’ordine del giorno. Perché fornire armi polemiche al bellicoso Nigel Farage e al suo Reform Party? Quale strategia politica?
La risposta è semplice: la gente parlava alla pancia, non alla testa degli elettori. E i populisti, come Trump negli Usa, hanno sfruttato questo sentimento. Anche il successo del Movimento 5 Stelle e della Lega in Italia nel 2018 venne sospinto dallo stesso vento emotivo.
La decisione di uscire dall’Unione Europea è stata vista come un atto di indipendenza, di autosufficienza. Ma la realtà è diversa: il commercio con l’Europa continentale è diventato più complesso e il prezzo delle esportazioni è aumentato. L'economia è contratta e il turismo è in difficoltà.
Sanità pubblica e gestione dell'immigrazione – le due principali promesse dei Brexiteers – non sono migliorate, anzi. Il servizio sanitario nazionale (NHS) ha avuto meno risorse e s’è trovato a corto di personale; mentre l’immigrazione non è diminuita, è solo cambiata la provenienza dei nuovi arrivati.
La fine della libera circolazione delle persone ha portato a una riduzione dell'immigrazione dall'UE, causando carenze di personale in settori chiave come l'ospitalità, i trasporti, l'edilizia, l'agricoltura. Questo è stato parzialmente compensato da un aumento della migrazione extra-UE, ma il nuovo sistema a punti rende difficile l’assunzione di lavoratori meno qualificati.
La frontiera tra Irlanda del Nord e l'Irlanda è diventata un problema politico ed economico. La Scozia aveva votato per restare nell'UE, e le spinte separatiste non sono finite. Il Regno Unito sembra aver capito che le dimensioni contano: non bastano una buona diplomazia e affidabili forze armate.
In un mondo di giganti prepotenti, il Regno Unito si è rivelato debole e inadeguato. La speranza di una “relazione speciale” con gli Usa di Trump si è rivelata illusoria. Solo una terribile attualità – come la crisi di Gaza e Israele, o l'attuale guerra civile in Ucraina – ha riportato Londra dove merita di stare: al centro delle cose.
E così, il Regno Unito continua a cercare di ritrovare la sua strada, mentre noi italiani continuiamo a guardarlo con un misto di curiosità e di rispetto per il popolo che l’ha visto nascere.
Nessuno era pronto per la decisione. Gli sconfitti del referendum parlano d’altro, magari del fatto che Gran Bretagna e Unione Europea si sono riavvicinate. Ma tornare nella Ue non è all’ordine del giorno. Perché fornire armi polemiche al bellicoso Nigel Farage e al suo Reform Party? Quale strategia politica?
La risposta è semplice: la gente parlava alla pancia, non alla testa degli elettori. E i populisti, come Trump negli Usa, hanno sfruttato questo sentimento. Anche il successo del Movimento 5 Stelle e della Lega in Italia nel 2018 venne sospinto dallo stesso vento emotivo.
La decisione di uscire dall’Unione Europea è stata vista come un atto di indipendenza, di autosufficienza. Ma la realtà è diversa: il commercio con l’Europa continentale è diventato più complesso e il prezzo delle esportazioni è aumentato. L'economia è contratta e il turismo è in difficoltà.
Sanità pubblica e gestione dell'immigrazione – le due principali promesse dei Brexiteers – non sono migliorate, anzi. Il servizio sanitario nazionale (NHS) ha avuto meno risorse e s’è trovato a corto di personale; mentre l’immigrazione non è diminuita, è solo cambiata la provenienza dei nuovi arrivati.
La fine della libera circolazione delle persone ha portato a una riduzione dell'immigrazione dall'UE, causando carenze di personale in settori chiave come l'ospitalità, i trasporti, l'edilizia, l'agricoltura. Questo è stato parzialmente compensato da un aumento della migrazione extra-UE, ma il nuovo sistema a punti rende difficile l’assunzione di lavoratori meno qualificati.
La frontiera tra Irlanda del Nord e l'Irlanda è diventata un problema politico ed economico. La Scozia aveva votato per restare nell'UE, e le spinte separatiste non sono finite. Il Regno Unito sembra aver capito che le dimensioni contano: non bastano una buona diplomazia e affidabili forze armate.
In un mondo di giganti prepotenti, il Regno Unito si è rivelato debole e inadeguato. La speranza di una “relazione speciale” con gli Usa di Trump si è rivelata illusoria. Solo una terribile attualità – come la crisi di Gaza e Israele, o l'attuale guerra civile in Ucraina – ha riportato Londra dove merita di stare: al centro delle cose.
E così, il Regno Unito continua a cercare di ritrovare la sua strada, mentre noi italiani continuiamo a guardarlo con un misto di curiosità e di rispetto per il popolo che l’ha visto nascere.